Testimonianze dell’Insurrezione

Le mie memorie di guerra



Zofia Jastrzębska - Kowalewska,
„Zosia”,
soldato dell’Esercito Nazionale,
infermiera, agente di collegamento


Settembre polacco – l’inizio dell’occupazione tedesca
         Oggi, cercando di ricordare le mie esperienze belliche mi accorgo come la mia vita sia stata influenzata dall’atteggiamento patriottico della mia famiglia e dei miei amici. Prima di tutto, vorrei parlare di mio padre, Julian Jastrzębski “Chuligan” (morto nel 1936), che da giovane era membro del Partito Socialista Polacco (Polska Partia Socjalistyczna, PPS) e lottava contro la Russia zarista. Nel 1905, partecipò ad un attentato contro un rappresentante delle autorità zariste. Fu arrestato ed incarcerato nel X Padiglione della Cittadella di Varsavia. Da bambina ascoltavo le storie su quell’argomento con tanta curiosità. Mio padre era un grande sostenitore del maresciallo Pilsudski, a cui rimase fedele fino alla fine della sua vita. Durante le elezioni votava apertamente la lista di Pilsudski: avvicinandosi all’urna elettorale, metteva ostentatamente dietro il nastro della sua bombetta la scheda numero 1.
         La persona che mi impressionava ancora di più era mio zio, che era mio padrino, capitano di reggimento, Karol Jastrzębski. Era un veterano della prima guerra mondiale e della guerra contro l’Armata Rossa Bolscevica nel 1920. Come ulano (soldato di cavalleria, in polacco Ułan) della Legione di Pulawski rimase ferito tre volte, il che provocò la paralisi della mano destra. Per il suo coraggio ricevette la Croce d’Argento Virtuti Militari. Ho ancora – come un ricordo – una copia del documento, che lo autorizza a portare questa medaglia. La mia famiglia possiede ancora il documento originale ed anche la medaglia dello zio. Mi ricordo quando lui veniva a trovarci a cavallo, con il suo ordinato al fianco.
         Il terzo modello era per me Antonina Kon, direttrice dell’Educazione Militare (in polacco Przysposobienie Wojskowe, PW). Era lei a prepararci per servire la Patria se necessario. Eravamo, come tutti i giovani, sicure della vittoria su qualsiasi nemico che avrebbe osato attaccare la Polonia. In quel tempo, nessuna di noi immaginava che potessimo perdere la guerra e che ci aspettassero cinque lunghi anni di lotta clandestina. Da ragazza sognavo il servizio medico militare. Feci il primo passo in quella direzione, quando diventai prima membro e poi presidentessa dell’unità della Croce Rossa Polacca nella mia scuola. A causa del pericolo imminente da parte della Germania Nazista furono presi provvedimenti per difendere la patria. Mi offrii volontaria per fare il servizio nella Lega della Difesa Aeronautica e Antigas (Liga Obrony Przeciwpowietrznej i Przeciwgazowej, LOPP), che era situata nello stesso edificio dove vivevo io. Poco dopo scoppiò la guerra. Non c’erano più falsi allarmi, le bombe cadevano davvero. Essendo in servizio, dovevamo sforzarci per sormontare la paura della morte e rimanere al posto. Quelle esperienze erano solo il preludio di ciò che stava per accadere. Dopo un’eroica e lunga difesa, la capitale capitolò. Sentimmo tutti l’amarezza enorme della sconfitta.
         Alcuni si fecero prendere dall’apatia, altri diventarono più motivati a continuare la lotta. Nel secondo gruppo c’era Antonina Kon, che ci diede il primo ordine: occuparci dei soldati feriti dell’Esercito Polacco negli ospedali di Varsavia. Per ricevere le istruzioni dovemmo recarci dalla signora Binzer – proprietaria della casa in via Flory 1. La signora Binzer convinse i suoi inquilini ed anche gli inquilini di via Filtrowa ad offrire ogni giorno una porzione del loro pranzo ai militari feriti. All’inizio prendevamo il cibo in via Filtrowa e lo portavamo in una succursale dell’Ospedale Ujazdowski, che si trovava in via Sniadeckich 7, in un edificio di scuola. Più tardi prendevamo tutte le porzioni in via Flory e le portavamo nell’Ospedale Ujazdowski nelle gavette o negli altri piatti. In ospedale dovevamo scaldare il cibo, dare da mangiare ai feriti e poi lavare tutti i contenitori e portarli indietro. La nostra attività era solo un esempio dell’atteggiamento generale della società di allora.


Volontarie giovani portano il cibo ai soldati polacchi feriti
nell’Ospedale Ujazdowski
(Zofia Jastrzebska – “Zosia” a sinistra).

         Adesso vorrei parlare del signore Michal Wisniowski, nella cui Fabbrica di Dolci e Caramelle lavoravo in quel tempo. Prima del Natale del 1939 egli ci ordinò di preparare i pacchi che mandavamo ai soldati polacchi nei campi per prigionieri di guerra in Germania. Il suo atteggiamento mi incoraggiò a parlargli dei bisogni simili dei militari feriti nell’Ospedale Ujazdowski. Da allora in poi, prima di ogni Natale e Pasqua portavo ai pazienti dell’Ospedale Ujazdowski pacchi con dolci offerti da lui. Il mio contatto con i pazienti mi fece notare due categorie di malati. C’era un gruppo di soldati, alcuni fra loro feriti meno gravi, che sapevano cavarsela da soli oppure erano assistiti con cura dalle loro famiglie ed amici. Gli altri, feriti gravi, per esempio privi di braccia, spesso lasciati soli oppure in balia degli altri, andavano nutriti con il cucchiaio. Decidemmo di badare a loro in modo speciale. Ognuna di noi invitò uno dei militari solitari per la prima cena della Vigilia di Natale durante la guerra. Negli anni successivi, grazie ad una migliore organizzazione, le cene di Vigilia per i soldati venivano organizzate nell’ospedale.


Vigilia per i soldati nell’Ospedale Ujazdowski,
1941 ("Zosia" seconda a sinistra)


Militari malati e feriti, Vigilia del 1941


Soldati feriti e malati
ringraziano per la cura, Varsavia, 1941


Prima dell’ora “W”
         Nell’inverno del 1939, la nostra istruttrice, Ewa Dabrowska, ci diede l’ordine di ritirare da un magazzino in via Okopowa una grossa quantità di fasciature militari (prodotte in Inghilterra) e di conservarle nelle nostre case. Riempii di fasciature due cassetti grandi del mio armadio. Poi risultarono indispensabili durante l’Insurrezione di Varsavia.
         Nella primavera del 1940, prestai il giuramento militare del soldato dell’Esercito Nazionale davanti alla nostra comandante Antonina Kon “Jadwiga”. Ricevetti lo pseudonimo “Zosia”. Mi delegarono a fare il servizio militare nel WSK (Wojskowa Służba Kobiet, cioè Servizio Militare delle Donne, che apparteneva all’Esercito Nazionale) e mi fecero responsabile di una delle sue unità. Cominciai il corso di pronto soccorso. Alcuni corsi teorici avevano luogo nel mio appartamento in via Staroscinska 3. Invece l’addestramento militare veniva organizzato nella casa dell’istruttrice Krystyna Ksiezarczyk, che si trovava nella Prigione di Mokotow in via Rakowiecka. Ci lavorava il padre di Krystyna. Il corso pratico di primo soccorso si svolgeva nell’Ospedale di Santo Spirito in via Krakowskie Przedmiescie. Assistevamo agli interventi e al ricovero dei pazienti in accettazione. Imparavamo anche come badare ai ricoverati.
         Ci davano anche dei compiti non legati al corso sanitario, ad esempio la distribuzione della stampa clandestina. Distribuivo il Bollettino Informativo (Biuletyn Informacyjny) parecchie volte. Ero più emozionata nel 1942, quando distribuivo il materiale dell’Azione “N” (Akcja “N”). C’erano dei bollettini stampati in tedesco dalle case editrici clandestine polacche. Lo scopo dell’azione era mettere in dubbio la vittoria finale della Germania fra i soldati ed i civili tedeschi. I materiali, bisognava metterli negli scompartimenti speciali dei tram, dove potevano entrare soltanto i tedeschi oppure nelle buche delle lettere delle loro case. Dovevamo farlo in modo che il destinatario ricevesse il bollettino di persona; proprio per questo il compito era così difficile. L’ordine di quel tipo lo trattavo sempre come un grande onore ed anche come un segnale di fiducia. Il mio ruolo era organizzare tutto, cioè scegliere il termine ed il luogo dell’azione, il che significava che prima di agire dovevo fare una ricognizione del terreno. Tutte quelle esperienze rafforzavano e formavano il mio carattere. Ci prepararono anche per i compiti più complicati, che ci sarebbero stati affidati in un futuro vicino. Ci avvicinavamo a quel momento con le sconfitte ripetute dei tedeschi sul fronte occidentale ed orientale.
         Dovemmo prepararci per i nostri compiti non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Dal 28 luglio del 1944, dopo la cancellazione dello stato di emergenza, partecipai al ritiro dei membri del servizio sanitario nella cappella delle suore in via Kazimierzowska. Le preghiere furono condotte dal padre Tomasz Rostworowski. Domenica 30 luglio andai a messa, durante la quale il padre Rostworowski ci disse nel suo sermone: “Il vostro comandante è Cristo ed al Suo nome salverete le vite dei soldati feriti’’. Alla fine della messa benedisse solennemente la nostra missione. Dopo la messa andammo nella camera adiacente per cantare le canzoni di militari e partigiani. Il Padre Rostworowski ci accompagnava con il pianoforte e cantava insieme a noi.


L’insurrezione – la lotta d’agosto
         Il 1 agosto, l’ora “W”. La mia pattuglia venne delegata al plotone 537 sotto il comando del sottotenente “Wojtek Mały” (non ricordo il suo cognome). Il nostro punto d’incontro fu un locale in via Sloneczna 5. Il bersaglio dell’attacco fu La Casa del Militare (Dom Żołnierza) in via Klonowa. L’offensiva cominciò ma nessuno dei nostri reparti locali raggiunse il bersaglio. Il motivo principale della nostra sconfitta furono prevalenti forze nemiche ed anche il fatto che i nostri militari non furono armati completamente. A tarda sera, dopo la ricognizione della situazione, il comandante della nostra V Regione, il sottotenente Aleksander Hrynkiewicz “Przegonia”, diede l’ordine di indietreggiare i reparti verso Lasy Kabackie (la foresta) per completare gli elementi mancanti dell’armamento. Fu deciso che un’infermiera ed un’agente di collegamento dalla mia pattuglia sarebbero andate insieme al plotone 537. Io con i restanti della pattuglia andammo a prendere contatto con gli altri reparti perché sentimmo degli spari in lontananza. Il giorno dopo, nel terreno deserto dagli insurrezionisti apparvero alcune pattuglie ucraine. Perquisivano le case una dopo l’altra, cercando dei militari. Le sue vittime furono le persone che avevano rinunciato ad indietreggiare verso Lasy Kabackie. Fra loro vi furono sei ragazzi del plotone 537, denunciati dal portinaio della nostra casa. Gli ucraini odiavano i polacchi ed erano davvero crudeli nei loro confronti – saccheggiavano le case e stupravano le donne. In quella situazione bisognava raggiungere Gorny Mokotow perché sapevamo che continuava la lotta. Due ragazze della mia pattuglia vennero delegate al lavoro nell’ospedale in via Chocimska ma una rinunciò alla partecipazione nell’Insurrezione (tornò a casa) e così con me rimase solo Janina Kusior “Lilka”. Ma presto ci raggiunsero: Irena Peczerska “Iska”, Janina Bogusz “Janka”, Jadwiga Mankowska “Wincia” e ”Krystyna” (adesso non ricordo il suo cognome). Il 13 agosto venne l’agente di collegamento Grazyna Karlikowska “Grazyna”, mandata dai comandanti del WSK per portarci a Mokotow. Il giorno dopo di prima mattina ci mettemmo in cammino. Malgrado la sparatoria attorno, riuscimmo ad arrivare a Sielce e lungo via Chelmska e Piaseczynska raggiungemmo Krolikarnia. Appena arrivati, facemmo rapporto al tenente Antonina Kon dal Comando del WSK. Eravamo commosse fino alle lacrime per la sua calorosa accoglienza.
         Nel frattempo reclutavano i soldati per sostituire quelli morti e feriti gravi ed i nostri militari si muovevano a Sadyba e Sielce. Io mi offrii volontaria e fui delegata al servizio sanitario nel battaglione “Rys” sotto il comando di Andrzej Czaykowski “Garda”. Al capo del servizio sanitario di quel battaglione c’era il dottore Zdobyslaw Czerwinski “Slawek”. Dalle persone a sua disposizione formò tre pattuglie di linea. La mia pattuglia fu composta di Janina Kusior, Maria Sawicz “Sawa”, Maria Baczkowska “Storczyk” e “Maly” (un ragazzo scout di 12 oppure 14 anni, che fece il ruolo di barelliere; non ricordo il suo cognome). Le pattuglie vennero mandate dalle compagnie separate del battaglione. La nostra pattuglia fu mandata dalla compagnia “Krawiec”sotto il comando del sottotenente Stanislaw Milczynski “Gryf”.
         Il 27 agosto all’una di notte, il nostro reparto attaccò le caserme in via Podchorazych. Il nostro attacco fece parte di una grande offensiva polacca, lo scopo della quale fu il collegamento del nostro quartiere con Powisle. “Sawa” ed io andammo avanti con un reparto offensivo, il resto della nostra pattuglia con le barelle dovette seguirci. Dopo due ore di lotta, assumemmo il controllo di un edificio in via Sielska. Nel seminterrato trovammo dei materiali per fasciature e persino degli attrezzi chirurgici lasciati dai tedeschi. Poi dopo li portammo all’ospedale in via Chelmska. In quei seminterrati organizzammo il punto di pronto soccorso. C’erano molti feriti – il tenente “Rok”, il caporalmaggiore “Lech” e molti altri, i cui pseudonimi non ricordo più oggi. Quando si prestava soccorso, i feriti gravi venivano portati all’ospedale in via Chelmska, invece i feriti meno gravi rimanevano con noi oppure tornavano ai loro reparti. Fino ad oggi non sono riuscita a dimenticare l’agente di collegamento Zofia Klos “Proch”, che cercava di portarci il calderone di minestra. Mentre andava nella nostra direzione, venne colpita con uno shrapnel. Mentre la soccorrevo, gridava: “Io non voglio morire! Ho solo 22 anni! Voglio vivere!”. Sento quelle grida ancora oggi. Il mio coraggioso “Maly”, ferito leggermente a una gamba, piangeva e si preoccupava moltissimo. Lui ci chiedeva: “Che ne dirà la mamma?”.
         Il 29 agosto, per ordine del dottore “Slawek”, fui chiamata dal comando del battaglione. Quel giorno la prima sera ci fu un’incursione aerea tedesca a Sielce. Uno degli obbiettivi dell’incursione fu l’ospedale in via Chelmska, il cui tetto era segnato con una grande croce rossa. L’edificio venne colpito con una bomba, che lo tagliò dal tetto fino ai seminterrati e distrusse una delle scale. Così la gente sui piani di sopra non ebbe nessuna via d’uscita. Con la seconda ondata di bombardamento, il pilota mostrò che non agiva per caso, ma con premeditazione perché di nuovo lanciò delle bombe sull’ospedale segnato. Quella volta furono bombe incendiarie, i piani di sopra presero fuoco immediatamente. I feriti morivano tra le fiamme, alcuni saltavano giù dalla finestra e morivano a seguito della caduta. Allarmati, corremmo per salvarli. Durante l’azione non sapevo che nell’ospedale fossero morte la mia coraggiosa e dedicata al servizio, “Sawa” (era venuta per visitare i nostri feriti) e “Proch”.


Giorni della sconfitta
         La svolta decisiva nella mia vita ebbe luogo il 2 settembre del 1944. Quel giorno fu per me un passo simbolico dal mondo della gente sana, che prestava aiuto agli altri, al mondo dei disabili che avevano bisogno di quell’aiuto. Quel giorno, durante l’attacco massiccio su Sadyba, il dottore “Slawek” notò la scarsità delle fasciature e medicine. Siccome la zona era sotto il tiro continuo dei tedeschi, il dottore non diede l’ordine, ma chiese ai volontari di andare a prendere materiali sanitari da Mokotow Gorny. Ci offrimmo volontarie io e “Lilka”. Fu abbastanza facile passare da via Chelmska all’Edificio d’Igiene (Gmach Higieny), situato all’angolo fra via Dolna e Pulawska. Il nostro ritorno risultò però più difficile. I tedeschi attaccavano Czerniakow e Sielce. La loro artiglieria ed i loro aerei sparavano alla gente, che scappava da Sadyba. Allora andammo in via Chelmska vicino a una chiesa per cercare riparo dalla sparatoria. Nella chiesa qualcuno ci disse che nel giardino vicino, nel pergolato, c’erano dei feriti che necessitavano aiuto. Corremmo subito. Dentro il pergolato vidi solamente alcune persone ed un fornello, che si chiamava koza (la capra), sopra il quale c’era una pentola con patate. Un’esplosione. Lo spostamento d’aria distrusse il fornello, coprendoci di cenere e facendoci cadere per terra. In un secondo varcai la soglia fra due mondi.
         Non persi i sensi. All’inizio mi accorsi che la mia mano sinistra era in una posizione innaturale. Volevo toccarla con la mano destra ma mi resi conto che era atrofizzata. Mi strinsi la mano sinistra al petto con la mano destra e così riuscii ad alzarmi. Andai nella camera adiacente alla chiesa, piena di gente anziana che pregava Dio. Furono terrorizzati quando mi videro. Gli chiesi di aiutare le persone ferite nel pergolato. Dopo un po’ portarono “Lilka”, che non riusciva a camminare perché ebbe una ferita profonda nel polpaccio sotto il ginocchio. Chiesi ad una ragazza, che mi guardava con attenzione, di fasciare le nostre ferite. Le dissi che cosa doveva fare. Siccome diventavamo gradualmente più deboli ed il dolore diventava più forte, chiesi alla ragazza di darci qualche goccia di opium che avevo con me. Le chiesi anche di informare i nostri comandanti di quello che era successo. Al crepuscolo apparve il dottore “Slawek” con i barellieri. Lui ci fece delle iniezioni di morfina. Quando mi portarono all’ospedale in via Dolna, provai un’immensa felicità. La mattina dopo fu evidente che la mia ferita non era stata fasciata in modo adeguato, perciò persi molto sangue. Il dottore Michal Zawadzki “Michal” eseguì la fasciatura in maniera professionale. Secondo la diagnosi, le ossa dell’articolazione del gomito erano fracassate e le schegge di ossa sporgevano fuori. Siccome il giorno prima mi avevano somministrato degli antidolorifici fortissimi, per evitare un’overdose dovettero togliere le schegge senza anestesia. Trovarono anche un grande shrapnel in una coscia. Gli altri shrapnel vennero scoperti solo dopo la guerra, quando in occasione di ogni radiografia trovarono un nuovo shrapnel nel mio corpo. Per l’intervento andai da sola anche se dovetti fare uno sforzo enorme per camminare. Però al ritorno mi dovettero portare perché avevo perso i sensi, salendo le scale. Da quel momento, la mia condizione si deteriorava gradualmente.


In ospedale
         Quanta differenza c’era fra le condizioni nell’Ospedale Ujazdowski nell’autunno del 1939, quando io avevo badato ai feriti, e la situazione nel 1944! Nel 1939 le condizioni, per il miglioramento delle quali avevo lavorato così tanto, badando ai militari feriti del Settembre 1939, mi sembravano troppo modeste. Adesso dovetti affrontare la realtà dell’Insurrezione. Gli ospedali erano organizzati in seminterrati, mancavano farmaci e generalmente non c’erano condizioni sanitarie adeguate. Tutto cominciò abbastanza bene. Nell’ospedale organizzato in una scuola in via Dolna ebbi le condizioni ospedaliere quasi normali: ero in un letto con lenzuola pulite in una sala soleggiata. Questo però non durò a lungo. Il terzo giorno del mio soggiorno lì, l’ospedale fu attaccato con missili chiamati “mucche”. Conoscevamo bene quell’arma e sapevamo che dal momento in cui si sentiva il rumore caratteristico della mucca lanciata all’esplosione passavano solo pochi secondi. Così c’era poco tempo per trovare un riparo. Perciò avendo sentito “la mucca”, tutti si alzarono e corsero in un riparo. Qualcuno portò in braccio “Lilka”, che era leggera e piccola di statura. Io cercai di salvarmi da sola. Istintivamente afferrai un braccio di qualcuno con la mia mano destra. Non so come arrivai nel seminterrato perché persi i sensi dopo qualche passo. Di notte ci evacuarono nel seminterrato di una casa in via Raclawicka 3. In quel tempo i corridoi dei seminterrati di tutte le case in via Raclawicka erano collegati con buchi nei muri per facilitare il passagio sicuro lungo la via. Io ero distesa vicino a un tale passaggio su un materasso troppo corto per me. Magari per questo, venni colpita parecchie volte nella mia gamba ferita dalle persone che passavano vicino. La notte fui trasferita in un ospedale da campo in via Misyjna. Lì mi curavano il dottore Tadeusz Bloch “Mikrob” e la dottoressa Kazimiera Komuniecka. Le mie condizioni di salute peggioravano di nuovo, nelle ferite si formò il pus. Tuttavia non era possibile sottopormi ad un intervento chirurgico.
         Allo stesso tempo, ogni giorno la situazione sul fronte divenne sempre più preoccupante. Grazie alle notizie che ci raggiunsero sapevamo che le truppe tedesche concentrate aspiravano a guadagnare il nostro terreno il più presto possibile. Dopo i giorni pieni di entusiasmo ed ottimismo vennero momenti di ansia e dubbio sempre più lunghi. Ci appoggiava spiritualmente il padre Jan Zieja, da cui ricevevamo il sacramento dei malati. Il 26 settembre venimmo a sapere che i soldati polacchi furono evacuati attraverso i canali fognari verso Srodmiescie. Così rimanemmo senza difesa. Ci abbandonarono al nostro destino. Fino a tarda notte, sentimmo il fragore della lotta. Ma di prima mattina non sentimmo più la sparatoria. Qualcuno ci disse che Mokotow aveva capitolato. Questo significò la fine di qualunque speranza e di tutti i sogni di libertà. Vennero momenti di grande ansia. Eravamo insicuri che cosa ci avrebbe tolto il futuro. Avevo molti pensieri in testa e volevo sapere se ci avrebbero fucilati o bruciati? Pregai per uno sparo preciso per me perchè non volevo essere ferita un’altra volta.
         Il tempo d’attesa ci sembrava un’eternità. Ad un tratto sentimmo i passi pesanti che rimbombavano nel silenzio, e poi anche delle urla in tedesco. Un attimo dopo, un gruppo di tedeschi salì le scale in fretta, tenendo in mano mitragliatrici caricate. Gridarono: “Raus! Austreten! Schneller!”, puntando le loro mitragliatrici verso di noi. Vidi che i miei compagni, spinti dai militari tedeschi, si alzarono. Non fui capace di aiutarli. Non potetti alzarmi e perciò aspettavo che cosa sarebbe successo dopo. I tedeschi presero anche il padre Zieja, il dottore “Bloch” ed il personale dell’ospedale. Soltanto la dottoressa Komuniecka riuscì a nascondersi. Portarono tutti in una direzione sconosciuta. Potemmo solo aspettare, chiedendoci che cosa avrebbero fatto di noi? Nel pomeriggio apparve un’ufficiale di alto grado da Wehrmacht insieme al suo assistente. Ci guardò attentamente e ci disse che saremmo stati evacuati il giorno dopo. L’indomani fummo trasportati in carri trainati dai cavalli in un binario di raccordo, vicino alla pista per corse di cavalli a Sluzewiec. Lì ci misero nelle stalle. Ci aiutò il RGO (Rada Glowna Opiekuncza, cioè il Consiglio della Previdenza Sociale), distribuendoci biancheria da letto, frutta e cipolla. Dopo qualche ora, arrivarono vagoni merci aperti, sui quali furono messi i feriti. Tutto durò fino al crepuscolo. Ad un tratto, “Dolores”, anche lei ferita, ed io ci rendemmo conto che eravamo l’ultime persone lasciate nella parte più lontana e più buia della stalla. Eravamo terrorizzate perché nessuno era venuto a portarci su un vagone e non c’era nessuno vicino. Finalmente apparve qualcuno con una lanterna. Era un pilota tedesco, che aveva sentito le nostre grida ed aveva chiamato i suoi compagni. Ci portarono fuori dalla stalla e dissero ai contadini di portarci su un vagone. Quando mi portarono lungo i vagoni, chiamavo “Dottoressa Komuniecka!”. In risposta sentii la voce di “Lilka”: “Siamo qui, qui!”. Il vagone era già affollato quando mi tirarono dentro. In effetti dovetti piegare le gambe perché si potesse chiudere la porta del vagone. Per questo mi fece male la coscia ferita. Dopo tante ore di viaggio nella stessa posizione ci fermammo a Milanowek solo la mattina seguente. Lì scesero anche le persone anziane delle case di riposo di Varsavia. Le persone sulle barelle o materassi vennero portate in una sala da spettacolo e messe per terra. Nella sala c’era una folla di gente anziana da diverse destinazioni. La dottoressa Komuniecka mi disse che sarebbero state lei e le altre persone del nostro gruppo a trovare un posto migliore per me. Mi informò anche che avevo bisogno di un intervento chirurgico il più presto possibile e che dovevo trovarmi in un ospedale. Ed io avevo molta fame e sete. Chiesi ai ragazzi, che mi avevano portato dal binario, di comprarmi qualcosa da bere e mangiare. Gli diedi i soldi che avevo ricevuto per il mio servizio medico. Mi comprarono una bottiglia di latte da mezzo litro e due panini al burro. Mai, né prima né poi, latte e panini sono stati così squisiti.
         Chiesi agli stessi ragazzi di venire l’indomani con la barella e di portarmi nell’ospedale più vicino. Come mi avevano promesso, apparvero di mattina e mi portarono in via Slowacki 5, dove si trovava l’ospedale organizzato in una villa. Mi lasciarono sul prato all’inglese davanti all’ospedale. Si nascosero ma mi osservarono per vedere che cosa mi sarebbe successo. Mi vide qualcuno dall’ospedale. Dopo un attimo uscì un medico (era il docente dottore Krotowski). Senza dire una parola, gli mostrai le mie ferite. Appena ebbe stimato il mio stato di salute, venni portata in una camera di medicazione. Quando mi trovai dentro, qualcuno mi chiamò per nome. Fu “Storczyk”, un’infermiera dalla mia pattuglia, di cui avevo parlato prima. La persona che le cambiava la medicazione era ... il dottore Sawicz, il padre di “Sawa”. Per coincidenza mi trovai nell’Ospedale Ujazdowski di Varsavia, che era stato spostato proprio qui. Il dottore Sawicz e sua moglie badarono a me con molta attenzione. Erano davvero buoni con me. Immediatamente subii il primo intervento. Ricevetti un letto con la biancheria da letto pulita. Quattro giorni dopo, fui sottoposta ad un’altro intervento perché i risultati della prima operazione non furono soddisfacenti. Venne a vedermi il padre Zieja e mi regalò un’immagine del Cuore di Gesù, che per me divenne un altare. Pregavo davanti a quel mio altare allora e lo faccio anche oggi. Mentre stavo in ospedale, incontrai Wanda Sieminska “Wanda”, un’infermiera dal gruppo del dr. “Slawek”. Mi informò che il capitano del reggimento “Garda” era stato ferito e che dopo la fine della lotta a Sielce, il comando aveva assunto il capitano Jacek Janusz Wyszogrodzki “Janusz”. In quel tempo “Wanda” faceva elenchi di persone che meritavano una promozione o una medaglia al valore militare. Mise su quell’elenco anche il mio nome, chiedendo la Croce dei Coraggiosi (Krzyż Walecznych) per me, il che mi fece molto piacere. Promise anche di trovare la mia famiglia. Un giorno inaspettatamente vidi nel vano della porta mia madre. Ero sorpresa ma soprattutto molto felice. Quando la chiamai “Mamma!”, cadde svenuta per terra. Prima di venire da me, parlò con il dr. Sawicz che cercò di convincerla della necessità di amputare la mia mano. All’inizio mia madre non voleva permetterlo ma il dottore insistè, dicendo: “Io invece avrei portato il torso di mia figlia se avesse potuto sopravvivere.”. Così la convinse. Quando il dottore mi communicò la sua decisione, gli chiesi di aspettare ancora un po’. Gli dissi che mio padre era morto ed io dovevo lavorare. Gli dissi anche che pregavo e che magari Dio mi avrebbe ascoltato. Ed un miracolo successe. Di notte mi svegliai a causa di un dolore fortissimo. Terrorizzata, chiamai aiuto. Il docente Krotowski guardò la mia mano e vide tutte le bende coperte di larve di mosca cavallina. Mi disse: “Angelo mio, è un miracolo! Questi vermi ti salveranno la mano!”. Il dolore che dovevo subire era unimmaginabile. Ma soffrivo, pensando alla guarigione. Mi mordevo le labbra e le lenzuola per trattenere il dolore. Dopo due settimane, le piaghe furono pulite in modo che il processo di guarigione potesse cominciare.


Evacuazione
         La mia famiglia voleva trasportarmi all’ospedale di Zyrardow. L’ospedale Ujazdowski stava per essere evacuato da Milanowek a Cracovia. Ebbi bisogno del permesso per essere ricoverata nell’ospedale di Zyrardow. Ad ottenere quel permesso mi aiutò il sottotenente Magdalena Grzybowska “Growska”. Il 1 novembre mi accompagnarono all’ospedale mia madre e mio cognato, cioè il tenente Stanislaw Oldakowski “Okon” – comandante dell’unità di sabotaggio e di azione diversiva su quel terreno. Non avevamo ricevuto il permesso di andare da Milanowek a Zyrardow. Malgrado quello mi trasportarono sotto la pioggia lungo le strade di campagna sul carro trainato dai cavalli. Alla fine di novembre finalmente rimossero senza anestesia il più grande shrapnel dalla coscia. La ferita cominciò a guarire e potei iniziare ad imparare a camminare. Il 16 dicembre nell’ospedale vennero due ufficiali della Gestapo in divisa ed un interprete. Per fortuna quel giorno ero al letto. Li vidi quando parlavano con il dottore Grabowski nella camera adiacente alla mia. Allora mia madre era con me, seduta accanto al mio letto su uno sgabello girevole. Appena notai che gli ufficiali si avvicinavano a me, istintivamente dissi alla mamma: “Mamma, girati e parla con la mia vicina”. I tedeschi si avvicinarono. Videro una ragazza pallida con un braccio al collo – facevo finta di essere malata grave. Gli interessò dove e in quali circostanze ero stata ferita. Naturalmente inventai una storia. Il dottore Grabowski, presente all’interrogatorio, confermò che non potevo essere trasportata nella mia condizione. I tedeschi gli ordinarono di informare la Gestapo del miglioramento della mia salute. Mia madre fu il testimone muto dell’interrogatorio. Così evitò le eventuali domande degli ufficiali tedeschi. Quando furono usciti, la mamma nascose quanto era terrorizzata per non impaurirmi. Svenne sulla soglia della nostra casa a causa dello shock subito nell’ospedale solo dopo aver camminato sulla neve profonda per 6 km.
         A metà gennaio i tedeschi cominciarono a uscire dalla città. I primi reparti sovietici si avvicinarono a Zyrardow. Dopo una debole difensiva tedesca, il 17 gennaio l’Armata Rossa entrò a Zyrardow. Mio cognato, sapendo degli arresti dei soldati dell’Esercito Nazionale, mi portò dall’ospedale alla sua casa in Wiskitki (un villaggio vicino a Zyrardow). Andavamo in uh carro trainato da cavalli lungo la via principale della città, circondata dalla gente entusiasta e dai militari dell’Armata Rossa, che sparavano in aria in segno di gioia. Per loro era il giorno di vittoria e di libertà, per me invece solo il cambio del persecutore. Ero delusa e triste. I soldati dell’Esercito Nazionale non venivano salutati. Essi hanno dovuto aspettare il riconoscimento dei loro meriti e la vittoria della loro idea, per la quale lottarono con molti sacrifici, ben 45 anni.

Zofia Jastrzębska - Kowalewska

         P.S. Zofia Jastrzębska – Kowalewska ha messo per iscritto i suoi ricordi di guerra molti anni dopo la fine della guerra. L’ha convinta a farlo suo marito – Aleksander Kowalewski. Per molti anni, i ricordi di quegli avvenimenti drammatici, di amici e di compagni di lotta persi per sempre causavano un dolore troppo forte per parlare di quegli anni.


tradotto da Anna Watrak




     

Zofia Jastrzębska-Kowalewska,
„Zosia”,
soldato dell’Esercito Nazionale,
infermiera, agente di collegamento


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